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Nei primi anni
del ventesimo secolo la famiglia contadina era unità
allargata, estesa. Comprendeva i discendenti di una stessa linea
familiare, ma poteva altresì far convivere al suo interno
diversi nuclei familiari. Nella società rurale, inserita in
un sistema economico di tipo artigianale, prevalevano schemi di
autorità patriarcale. Il governo degli affari era affidato
ai più anziani. La realtà contadina si
distingueva perché fondata su uno stato di fatto:
l’affetto dei suoi componenti.
Grande nucleo rappresentativo di un sistema sociale autarchico, ma non
solo, anche intreccio di relazioni, amori, intrighi, faide e vendette.
Luogo di importanza fondamentale, che assume significato sacro, era la
stalla, dove, durante le lunghe sere d’inverno, si svolgeva
la veglia.
Attraverso il recupero della lingua parlata, il dialetto, con storie,
leggende e canzoni popolari tradizionali e la costruzione dei
personaggi, secondo le dinamiche relazionali interne, si vuole
raggiungere la rappresentazione di un affresco storico popolare
dell’Italia del secolo scorso.
Note
di regia
Quando hai paura, quando sei spaventato, quando ti sembra di avere solo
male ulta
n’dre i maneghe e và a laurà.
Questo faceva ol
Carmelì de la luce, mio nonno, e pure mio
padre, ü brinat.
Lo seguivo, il nonno, che saliva nella
conigliera, percepivo la fatica, la tensione, i pensieri. Eppure
c’era solo silenzio. Un pudore, oggi incomprensibile, non
permetteva spiegazioni, delucidazioni, esplicitazioni. Poche,
pochissime parole e tanto lavoro, sudore, fatica. Meno tempo e meno
energie per pensare. Grande rispetto per se stessi e per gli altri, per
il proprio sentire e per quello altrui. La capacità di
accettare il destino, qualunque esso sia, e la consapevolezza che i
cambiamenti vengono dal “fare”, solo da
lì. Non so se questo sia giusto o sbagliato, non esprimo
giudizi, ma con questo sono cresciuto, di questo sono fatto. Da qui
l’urgenza, la necessità di dare forma. Quella di
föch
è una famiglia che lotta. Contro il freddo, la fame, la
morte. E “quando
la lotta per la sopravvivenza sembra
l’unico punto di vista accettabile, tutto è
comico” (Elémire Zolla). Fame, freddo
e lavoro.
Pance vuote che urlano polenta, facce tagliate dal vento e segnate dal
sudore, mani gonfie di zappa, badile e falce. Con l’energia
che fa di tutto questo non annichilimento, autocommiserazione, ma forza
esplosiva e convulsiva, puro istinto di sopravvivenza. La vita non la
si guarda, né la si commenta e analizza, non la si vive
semplicemente e serenamente, noi la si mangia, la si sbrana.
Sennò è lei a ingoiarci. Senza appelli.
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