Föch
Fuori nevica, di traverso, fa freddo e il vento pela la faccia. Dentro meno, c’è la paglia e le bestie, ma non basta. Il fuoco serve. Ma manca la legna e pure la nonna che è andata a prenderla, la legna. Non si può cominciare, la veglia. Non si può finire, la giornata.
La Rosina è incantata. Guarda la neve scendere, ogni fiocco una proposta, un fidanzato, un buon partito. Buon mestiere uguale pancia piena, famiglia assicurata, tetto sulla testa, piatto caldo, letto morbido, felicità… Alla Rosina piace il Piero, però. Perché lui le vuol bene e questo basta, la Rosina è contenta. Il Bepo, che di lei è il fratello, le femmine le conosce. Mica una o due, lui ne fa girare tante, tutte le conosce. Il Tone neanche una. O forse una sì, la conosce, anche troppo. La Maria è madre dei tre, attenta e comprensiva, le sue creature crescono ma lo devono fare con dignità e rispetto. Fuori c’è un mondo insidioso, duro, inesorabile, bisogna essere pronti.
Poi c’è il nonno, sguardo distratto, assente, smemorato e sordo. Sembra. In realtà al nonno non sfugge niente, e quando deve, arriva, senza risparmiare nulla a nessuno. Perché lui sa. E tutti lo sanno.
Fame, freddo e lavoro. Pance vuote che urlano polenta, facce tagliate dal vento e segnate dal sudore, mani gonfie di zappa, badile e falce. Con l’energia che fa di tutto questo non annichilimento, autocommiserazione, ma forza esplosiva e convulsiva, puro istinto di sopravvivenza. La vita non la si guarda, né la si commenta e analizza, non la si vive semplicemente e serenamente, noi la si mangia, la si sbrana. Sennò è lei a ingoiarci. Senza appelli.
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