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L'ABRÉVIATION
DE MA VIE
di
Alberto Salvi
con
Erika Baggi, Pietro Bailo, Elena Borsato,
Francesca Cecala, Miriam Gotti, Francesca Minutoli,
Giada Nossa, Ilaria Pezzera, Clara Zanoli
luci
Pietro Bailo
costumi
e scene Alfonso e Miriam Andreoli
regia
Alberto Salvi
organizzazione
Valeria Mulliri, Davide Pansera
produzione
Araucaìma Teater |
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Araucaìma
è la casa. E’ grande. Si sentono i rumori
dell’acqua e del vento. Si annusano gli odori.
C’è Don Graci. Lui è il padrone. A
volte sembra flaccido a volte delicato.
Gli piacevano i ragazzi, adesso non più. E’ un
padrone. Meglio rispettarlo se si vuole il meglio.
C'è anche
il frate. Nessuno sa il suo nome. Parla francese e prega, tutti i
giorni. Fa i conti con il pilota.
Il pilota che sorride sempre. Come a scusarsi di occupare un posto che
nessuno gli ha offerto.
Parla correntemente cinque lingue ed
è autore di una canzone dall’assillante
ritornello. E’ un debole.
E irrita la Machiche. Femmina
matura e rigogliosa. Fianchi poderosi fatti per schiacciare, non per
accogliere. Ma nessuno vive nella casa. Non più.
Di loro rimane l’ombra, sembianze di corpi, feticci. L'unico
è Cristòbal, il servitore. Lui vive. Buono. Fa la
macumba, i riti. Con le erbe macerate al posto degli animali. E monta
gli cheval, i posseduti del voodoo. E’ forza animante dei
loro corpi, si muove e parla la loro lingua. Lui che ha
difficoltà di parola e passo da scimmione, da Baka, lo
spirito che vaga e prende sembianze animali.
Poi arriva Angela, vittima sacrificale. Angela
dall’espressione stancamente felina, sempre
all’erta.
Un’ombra morbosa, tragica, galleggia sbiadita nelle sue
pupille.
E’ un buon modo di finire, la casa.
Note
di regia
Nell'esplorazione
del linguaggio fisico si è rimossa la parola dal rituale
teatrale, per vedere come questo mettesse in evidenza altre forme.
L’azione e il gesto come mezzi di comunicazione
prìncipi, quindi. Poi la parola torna, ma ora come ricamo
certosino dell’azione, tracciando per schizzi e frammenti la
mappa di una sorta di territorio carsico, dove figure e sfondi logorati
e decadenti vengono inghiottiti per poi riemergere
all’improvviso come per la prima volta.
Sullo sfondo il coro. Elemento sonoro, musicale scenografico che
assurge a ruolo di burattinaio.
Che sarcasticamente amplifica, risuona,
accompagna, sottolinea con il potere di chi vede ma non è
veduto, sente ma non è udito, come un dio implacabile che
gioca con un destino che non gli appartiene. Coro che assume valore
simbolico di terra, fertile humus dal quale tutto nasce per tornarvi,
grembo accogliente e tappeto rigoglioso di metastasi umane che tutto
ingloba e rigenera. La scena è spazio vuoto, solcata
indelebilmente dagli eventi. I personaggi ne segnano il percorso,
vivendo, incontrastati, elementi di enorme veemenza. Da sempre
l’uomo non ha accettato né il sesso né
la morte come dati bruti della natura. Grazie a una strategia ponderata
che respingeva e incanalava le forze sconosciute e formidabili, si
ottenne e si mantenne uno stato d’equilibrio. La morte e il
sesso erano i punti più deboli del muro di cinta,
perché la cultura vi prolungava la natura senza
discontinuità evidente. Quindi furono sottoposti ad accurato
controllo. L’abréviation de ma vie narra di un non
luogo e di un non tempo dove il controllo di queste forze è
perduto. L’istinto domina ed è prodromo di
tragedia. L’inconscio si rivela nella sua
molteplicità e, proprio perché indomito, si
scatena violentemente. Spazza via tutto lasciando solo il vento a
sibilare lungo i ballatoi dell’anima vuotata.
L’ultimo volto è il volto con il quale ti accoglie
la morte.
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